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HL13
COMUNITA'
TERRE SOLIDALI

TERRE SOLIDALI

La realizzazione di progetti che portino ricadute positive e mobilitino le comunità è uno degli obiettivi dell’azione pastorale di Caritas italiana, fin dalla sua fondazione.
Data l’autonomia di ogni Caritas diocesana nell’implementazione del progetto, la creazione di comunità si è declinata in modo diverso.
In un primo gruppo di diocesi, quasi tutte in prima linea nei flussi migratori “illegali”, è emersa la difficoltà a reperire volontari e anche un ulteriore allargamento di comunità è stato più complesso.
In un secondo gruppo di diocesi, le comunità accoglienti erano formate in prevalenza da persone già da tempo volontarie Caritas, con uno scarso ingresso di persone nuove.
Qui il gruppo ha vissuto soprattutto il rischio di gestire l’accompagnamento da solo, facendo riferimento solo alle proprie risorse interne e, di conseguenza, legando a sé i rifugiati: non vi è stato un costante confronto e supporto da parte degli operatori diocesani.
In un terzo gruppo c’è stata una maggiore varietà di volontari, con il coinvolgimento di persone già rodate e altre alla prima esperienza con la Caritas diocesana. In queste diocesi abbiamo riscontrato una maggior facilità a costruire relazioni al di fuori della comunità accogliente, come descritto da una volontaria: “ci sono state persone che ci hanno aiutate che non ci aspettavamo, a volte basta una piccola scintilla per accenderne altre”. Queste scintille hanno contagiato parenti, amici, colleghi, vicini di casa dei volontari ma anche degli stessi rifugiati accolti, persone incontrate dai volontari in altre realtà associative, lontane dal mondo ecclesiale diocesano, famiglie dei compagni di classe dei bambini rifugiati. Un volontario ha spiegato: “Mi sembra che i progetti che si fanno con la Chiesa… hanno una capacità di ascolto e di dialogo col territorio maggiore rispetto all'ente pubblico. Quello che va attribuito alla Caritas è che è capace di ascoltare il territorio, anzi non solo è capace ma lo cerca. A noi invece il comune non solo non ci ha mai cercato, ma ci ha sempre considerato come una gatta da pelare”.
Questo positivo effetto spillover si è realizzato, in particolare, in quelle diocesi in cui gli operatori diocesani avevano preparato i volontari prima dell’arrivo dei rifugiati, attraverso incontri con operatori di Caritas italiana e esperti esterni.
Un volontario ci ha aiutato a cogliere già nella progettazione dei corridoi umanitari la volontà di coinvolgere la comunità:
“il coinvolgimento è avvenuto innanzitutto all'interno della comunità pastorale ma [...] si voleva proprio creare un'interazione con il territorio, un coinvolgimento che fosse un'accoglienza, che in qualche modo interessasse, interpellasse il territorio”, in quanto, come sottolineava un altro volontario: “l'essenziale secondo me è che dove c'è la famiglia accolta ci sia anche la comunità degli abitanti”. Infine, una terza intervista illustra l’obiettivo finale che molti volontari hanno vissuto come specificità dei corridoi umanitari: “se non genera una ricaduta sul territorio, se non cambia noi, le persone che accolgono e il territorio in cui viviamo, avremo fallito”.Come riassunto da un operatore, quindi, la creazione di comunità è strettamente legata alla finalità ultima del progetto dei corridoi umanitari, che è: “quasi più per i volontari che per i beneficiari, perché i primi rimangono mentre i secondi non si sa, e noi abbiamo bisogno di vivere in un territorio che si trasforma e diventa accogliente”.


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