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HL18
AUTODETERMINAZIONE
SAPER ACCOMPAGNARE

SAPER ACCOMPAGNARE

Nel programma dei corridoi umanitari l’accompagnamento è inteso come l’insieme di azioni delle comunità accoglienti e degli operatori a favore dei beneficiari, accompagnati per almeno un anno in diversi ambiti:

nell’inserimento nel nuovo contesto sociale italiano, in primis scolastico e abitativo

nell’iter legale per l’ottenimento dello status di rifugiato e dei documenti

nella cura di patologie mediche e di problematiche psicologiche

nell’ingresso nel mercato del lavoro

Tutte le forme di accompagnamento concorrono ad un obiettivo più ampio: il supporto alla persona, nella sua unicità, con i suoi limiti e con le sue potenzialità, capacità e competenze, spesso scoperte per la prima volta in Italia. Quindi si tratta di un accompagnamento che vuole indicare ai rifugiati un percorso di vita nuova, partendo dalla consapevolezza espressa da una volontaria: “io ho imparato che non è possibile muoversi solo con il proprio punto di vista. Per l’anno prossimo, se aderiamo un’altra volta, all’inizio facciamo più parlare loro e meno proposte nostre, all’inizio”.
Pur nelle differenze contingenti, il monitoraggio ha fatto emergere un dato comune a tutte le relazioni di accompagnamento positivo; l’essere fondate sulla fiducia, data e ricevuta da tutti gli attori reciprocamente, rifugiati, comunità accoglienti, operatori.
Quando questo accompagnamento si è realizzato i rifugiati lo hanno riconosciuto:
“io sto benissimo loro si occupano di me più di una madre, più di una sorella, non solo con me e i miei figli”
“Io sono arrivata in un posto sicuro e con tutti i vicini che mi aiutano a prendermi cura dei miei figli, di me”.

Quando una delle parti non ha accettato di fidarsi dell’altro, l’accompagnamento non si è realizzato pienamente. Una psicologa ha spiegato:
"Ci abbiamo provato sia io sia la mediatrice [come] figure professionali con le quali confrontarsi e raccogliere informazioni di questa storia. Anche in questo ambito ci sono state tante contraddizioni e resistenze. Quindi non riusciamo nemmeno a capire se quello che ci ha detto sia vero oppure contenga anche delle basi inventate. Infatti di base c’è una diffidenza, forse anche comprensibile in alcuni casi perché i paesi da dove vengono e le storie che hanno giustificano un certo grado di diffidenza e mancanza di fiducia, ma comunque questa disposizione d’animo non facilita il lavoro, pregiudicandone la qualità. Noi tante volte abbiamo dovuto fare gli interventi per specificare che noi siamo qui per coaviudarla, aiutarla e lei invece pensava che noi fossimo qui ad attaccarla ed a criticarla nelle sue modalità di essere madre”.

Nelle parole di due rifugiati il punto di vista di chi non aveva sperimentato la dimensione dell’accompagnamento:
“Io vivo quassù. Non facciamo niente, non usciamo di casa. Mi hanno detto che se non c’è nessuno che può badare a mio figlio non posso andare a scuola. Lui [figlio] sta andando a scuola di mattina, ma a scuola non va bene, le insegnanti si lamentano, lui anche non e’ contento, non parla ancora la lingua, ha difficoltà a capire”;
“essere ospitati da qualcuno e’ molto difficile [...] qui per ogni piccola o grande cosa sempre devi chiedere. Poi dipende se te lo fanno o non te lo fanno, se hanno tempo o non hanno tempo, la nostra libertà non c’è”.

Nell’accompagnamento dei rifugiati entra, perciò, anche un’altra accezione, che riguarda operatori e volontari, che devono essere essere accompagnati a comprendere che cosa significa accogliere.
Questa preparazione si è declinata come:

Preparazione ad accogliere: spiegare il contesto familiare, sociale e abitativo da cui provengono i rifugiati, i ruoli familiari, i traumi che possono emergere.

Preparazione ad accogliere la libertà altrui: preparare al fatto che i rifugiati possano rifiutarsi di dare fiducia a volontari e operatori e che possano andarsene anche di nascosto, rifiutando il percorso di integrazione preparato dalla comunità.

Nelle parole di una operatrice tutto ciò è stato così descritto:
“la Caritas non è che ti da il soldo oppure ti da il cibo, la Caritas cerca di accompagnarti in un percorso verso l’autonomia […] tanti di questi percorsi non vanno a buon fine [...] nella tua testa è chiaro, questo è il percorso giusto per te, tu devi fare questi passi, io ti aiuto in questo e in questo, ma poi nella realtà non è così [...] le persone poi ci devono mettere il loro, alcuni non collaborano [...] non è facile seguire in maniera continuativa un percorso, vuoi perché li carichi di aspettative che in realtà sei tu che pensi, perché magari tu al posto loro saresti in grado [...] invece devi sempre tenere in conto quando lavori in Caritas, sia della possibilità del fallimento, sia anche della frustrazione che ti può venire da questo”.

Le diocesi che hanno fatto questo percorso hanno visto la permanenza dei rifugiati almeno fino alla fine del progetto annuale, se non più a lungo, con una maggiore integrazione sociale e un’autonomia lavorativa almeno parziale.
Le diocesi che hanno fatto questo percorso e hanno vissuto la partenza improvvisa dei rifugiati hanno potuto gestire meglio la frustrazione dei volontari.
Le diocesi in cui la preparazione non è stata fatta hanno avuto maggiori difficoltà di relazione e di comunicazione, tassi più alti di partenze dei rifugiati e di reazioni di chiusura da parte delle comunità a nuove accoglienze.

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