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HL12
MOTIVAZIONI
PRONTI A TUTTO?

PRONTI A TUTTO?

La quasi totalità dei volontari e delle famiglie tutor aveva un background religioso cattolico, perciò la motivazione più comune per la partecipazione a questo progetto è stata quella religiosa.
Molte persone si sono attivate dal settembre 2015, subito dopo aver ascoltato l’Angelus del 6 settembre, in cui Papa Francesco aveva sollecitato parrocchie e conventi a accogliere almeno una famiglia di rifugiati:
“Nel 2015 negli incontri del consiglio pastorale abbiamo cominciato a dire: il Papa ha detto questa cosa qui, perché noi ignoriamo quello che il Papa ci ha chiesto di fare?”.
Le parole del Papa alla giornata mondiale del rifugiato nel 2018 sono state descritte da altri volontari come la spinta ad implicarsi nei corridoi umanitari, quando il Papa aveva detto:
“I nostri sforzi nei confronti delle persone migranti che arrivano si possono riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare”.
Altri volontari hanno indicato la precedente partecipazione al progetto “Protetto- rifugiato a casa mia”, attuato da Caritas italiana nel 2017, come origine della successiva disponibilità ad accogliere anche i rifugiati con i corridoi umanitari.
È stato significativo verificare nel monitoraggio se la fede sia stata alla base del rapporto quotidiano con i rifugiati e se ha fatto la differenza come veicolo di conoscenza dell’altro, nella costruzione di relazioni interpersonali, come strumento per affrontare le difficoltà, nella frustrazione delle aspettative e nei problemi di relazione con gli altri.
Gli esiti del monitoraggio su questo punto sono stati diversi: abbiamo visto che affinché la fede diventi una motivazione sufficientemente solida da poter reggere l’urto delle difficoltà, è necessario che sia aiutata a diventare il più possibile nel quotidiano un’esperienza concreta per lo stesso volontario, nei rapporti con gli altri volontari, con gli operatori e con i rifugiati. Usiamo le parole di due volontari per spiegare questo passaggio; il primo parlava del cambiamento iniziale provocato in sé stesso dall’essere parte dei corridoi umanitari:
“Io non ho fatto mai volontariato, il lavoro che ho svolto mi ha sempre assorbito al 100%, poi la mia famiglia... Dentro di me sta avvenendo un’enorme crescita di spiritualità, di carità, ecc. Quando giravo per R. [città], e vedevo persone venute da fuori [avevo] grande rispetto per loro, però [anche] una certa indifferenza. [...] Sto crescendo tantissimo dal punto di vista spirituale da quando faccio questo servizio[…] perché sto conoscendo il vero senso della carità”.
Il secondo spiegava il cambiamento che desiderava vivere quotidianamente attraverso il rapporto con i rifugiati:
“se mi do disponibile nel dare quello che posso dare del mio tempo e delle mie capacità è perché nell'altro vedo un enorme potenziale, che è immagine di Dio; per cui stando con loro, io ho la capacità di capire, vedere meglio anche me stessa e il mondo che mi circonda. Per me è un'enorme ricchezza poter condividere del tempo con loro; anche se le difficoltà sono enormi [...] la vedo come un'enorme opportunità per me, per essere una persona più umana, per essere una persona più attenta [...] più fattiva e operosa, per mostrare agli altri cos'è il volto di Dio.” .
Il monitoraggio ha messo in evidenza che le difficoltà pratiche e le frustrazioni nei rapporti umani hanno costretto molti volontari a verificare la loro motivazione religiosa come forza propulsiva nel medio- lungo periodo del programma, soprattutto con la pandemia. Una parte di loro ha detto che l’esperienza cristiana si è rivelata un fattore essenziale nei momenti di difficoltà, perché la fede li ha aiutati a non soccombere: “La solidarietà funziona ma se non c'è anche una dimensione di fede a un certo punto dici: ‘io ho fatto tutto il possibile, arrangiati’”.
Altri hanno invece sottolineato che anche quella motivazione non era stata sufficiente a sostenerli di fronte alle problematiche che sorgevano.
Una parte minoritaria dei volontari ha espresso motivazioni non religiose ma esclusivamente umanitarie o per militanza politica.
Tuttavia, anche queste persone hanno riconosciuto un valore positivo alla fede, sia come motivazione fondante l’intero programma dei corridoi umanitari sia come dimensione personale dei partecipanti:
"Non è per fede che faccio questo, è perché vedo la pratica di migliaia di migranti che non sono pericoli per la società. La religione entra molto nell’integrazione, per i corridoi umanitari la famiglia tutor è molto cattolica e anche i migranti hanno forte la dimensione religiosa, la fede li motiva nell’agire quotidiano. L’essere cattolici poi facilita la loro integrazione perché partecipano alla Messa”.

 


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