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SCUOLA
PICCOLI CITTADINI

PICCOLI CITTADINI

La presenza di bambini o di ragazzi ancora sottoposti all’obbligo scolastico ha facilitato ovunque l’accoglienza e l’inizio del percorso di integrazione dell’intera famiglia, in primis perché i bambini e i ragazzi introducono la famiglia intera nella rete di relazioni sociali che nascono a scuola con i compagni di classe, le famiglie di questi ultimi e i docenti. Inoltre, la presenza di bambini e ragazzi facilità il coinvolgimento delle famiglie che frequentano l’ambiente parrocchiale in cui vivono le famiglie accolte e rende più facile anche l’avvicinamento di persone estranee alla cerchia dei volontari e delle famiglie tutor.
Tuttavia, dal monitoraggio è emerso che i minori entrano nel nuovo tessuto scolastico e sociale con facilità se inseriti in classi di pari e se seguiti, in caso di problematiche psicologiche o problemi di salute, da personale qualificato. Un dirigente ha spiegato nel dettaglio il percorso di inserimento dei minori:

"Il lavoro che abbiamo fatto noi come scuola è stato semplicemente di preparare le classi al nuovo arrivo, di creare un contesto che potesse essere il migliore per loro. Dove c’era la possibilità di scegliere tra una classe e l’altra, quella che potesse essere la classe meno problematica. […]Perciò una preparazione relazionale mi verrebbe da dire, proprio in collaborazione con gli insegnanti, condiviso con gli insegnanti, gli insegnanti hanno preparato le classi e abbiamo curato che ci fosse il passaggio di informazioni chiaramente il più possibile sia in un senso che nell’altro. Se noi avessimo fatto un inserimento standard, burocratico, sarebbe stato un disastro. Perché in base alla loro età era tutto completamente sfasato. Invece abbiamo fatto un periodo di osservazione per capire un attimo, loro [Caritas] a casa noi a scuola per capire… con O. [minore] utilizziamo questi mesi per capire. Dopo l’anno prossimo identificando un po’ meglio il livello lo inseriamo nella classe. Se noi avessimo fatto i burocrati sarebbero stati inseriti in classi in cui non potevano… sarebbe stato completamente sfasato dal punto di vista relazionale, comunicativo, di linguaggio…allora abbiamo detto facciamo i burocrati o pensiamo al bene loro?”

Se i minori sono inseriti in classi di studenti con molti anni di differenza, questo inserimento scolastico diventa molto più difficile e, infatti, è stato particolarmente complesso per quegli adolescenti che, fuori dall’obbligo scolastico, non sono stati iscritti negli istituti superiori insieme a pari età ma dirottati verso le scuole serali con adulti o verso i centri per l’insegnamento dell’italiano agli stranieri. Come detto da un dirigente rispetto ad un ragazzo che stava avrebbe raggiunto l’età della fine dell’obbligo scolastico, 16 anni, mentre frequentava le scuole medie, infatti:

“Finché è dentro il circuito scolastico nostro non c’è problema, fino alla terza media ce lo autogestiamo. Il problema è finita la terza media, arriva in prima superiore che risulta che ha diciannove anni la scuola superiore dice ‘questo da dove arriva, che cosa è successo?”.

Le scuole hanno generalmente offerto massima collaborazione: se in circa metà delle accoglienze tra i volontari vi erano insegnanti ancora attivi o in pensione, in alcune di queste gli insegnanti lavoravano nelle scuole in cui i minori sono stati inseriti. Tra le varie esperienze raccolte, quella di due insegnanti di una Caritas del Piemonte, che erano sia volontarie del progetto dei Corridoi Umanitari sia docenti nelle scuole elementari e medie dove erano stati accolti i tre figli della famiglia beneficiaria dell’accoglienza, descrive tutte queste sfide:

R: sono R. e sono un'insegnante di scuola primaria, e sono l'insegnante di G., uno dei due ragazzini. In realtà però essendo responsabile di tutto il plesso mi sono occupata anche dell'inserimento di K.
M: io sono M., sono insegnante di religione alla scuola secondaria di primo grado e sono l'insegnante di S.; io sono un po' portavoce dell'equipe dei colleghi. Alle medie ci sono un po' più di chiusure rispetto alla scuola elementare, perché sono già in un'età difficile, e forse anche quello che sentono da casa non è sempre un messaggio positivo, un messaggio di accoglienza, per cui bisogna fare proprio un lavoro per spiegare, per insegnare ad accogliere.
R.: Poi c'è un altro discorso, alle elementari loro dipendono molto dalla maestra, per cui non direbbero mai una cosa per farmi dispiacere, capito? Mentre alle medie sono un pochino più critici, cioè possono anche pensare di dire una cosa… le nostre classi colorate, come le chiamiamo noi, ti faccio un esempio, martedì pomeriggio io porto i bambini in aula di informatica; c'era un computer dove avevamo messo un programma di giochi per bambini di linguistica, e c'era un bambino albanese, un bambino pakistano, e G. [minore] assieme, che lavoravano a questo computer dove c'era un esercizio di italiano, io li ho fotografati perché era veramente una cosa emozionante ... perché loro erano lì, poi hanno litigato, hanno discusso, hanno fatto quello che fanno tutti i bambini; il bambino albanese sapeva un po' di più l'italiano per cui aiutava loro due, il bambino pakistano, e G. a formare le paroline, per formare le frasi per poter finire il rebus.
M. [alle medie] è in una classe abbastanza accogliente, però io lo vedo ancora un pochettino isolato. Questo problema della lingua è un grosso problema, non so, ecco… È un grande ostacolo soprattutto a questa età credo. Ecco, forse quando son più piccolini, giochicchiano, trovano altri tipi di linguaggio, a questa età è più difficile.

In alcune scuole ha mostrato difficoltà nell’inserimento dei minori ma in tutti i casi tranne uno, sono stati problemi di tipo legislativo e burocratico, oltre - come ammesso da alcuni insegnanti - un’ impreparazione a gestire l’inserimento di adolescenti con questo tipo di background e vissuto. Questo secondo problema è stato spesso affrontato mettendo a disposizione personale qualificato, come gli psicologi.
In un solo caso gli operatori della Caritas diocesana hanno trovato il rifiuto della dirigente di un plesso scolastico ad iscrivere i minori rifugiati. In questa circostanza si sottolinea la totale collaborazione dei Carabinieri locali, che hanno imposto l’iscrizione a scuola dei minori. Una volta iscritti, poi, quei minori sono stati accolti in modo positivo dagli insegnanti, dai compagni e dalle loro famiglie.
Abbiamo ancora intervistato alcuni docenti e dirigenti che avevano gestito l’inserimento scolastico anche di minori non accompagnati o di minori giunti con le famiglie attraverso rotte migratorie illegali e, nel confronto con loro, è emerso un dato: la positiva presenza nei progetti dei Corridoi Umanitari di una rete di volontari e di famiglie tutor che si assumevano il compito di accompagnare i genitori nella comprensione del sistema scolastico italiano e li affiancavano nel rapporto con i docenti, diventando per questi ultimi dei riferimenti nelle comunicazioni con le famiglie. Un dirigente ha spiegato:

quando F. [operatore] mi ha telefonato pensavo che rientrasse nello SPRAR e invece sono un tipo di arrivo completamente diverso che mi sembra che funzioni veramente molto bene, perché c’è il vantaggio di avere una persona di riferimento, un accompagnamento di un gruppo”.

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