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HL27
LOCATION
OGNI UOMO NON E' UN'ISOLA

OGNI UOMO NON E' UN'ISOLA

L’accoglienza dei corridoi umanitari e’ stata voluta sin dall’inizio su tutto il territorio italiano come accoglienza diffusa, chiedendo la disponibilità dei vari territori. Questo ha portato a una presa di responsabilità anche di comunità e diocesi con meno risorse, con pro e contro. Da un lato il territorio locale porta un tessuto umano e sociale più famigliare. Dall’altro lato le Caritas o comunità locali più piccole o con pregresse e strutturali difficoltà organizzative hanno garantito meno servizi o volontari e hanno fatto più fatica a organizzarsi e a trovare le professionalità necessarie (mediatori, psicologi etc).
La quasi totalità di accoglienze è stata strutturata in abitazioni indipendenti, dove le famiglie rifugiate o i singoli hanno potuto vivere in autonomia.
Dal punto di vista della collocazione geografica, invece, abbiamo avuto quattro diversi gruppi di accoglienze: grandi città, metropoli o comunque città abitate da milioni di abitanti; città di medie dimensioni, spesso capoluoghi di provincia; paesi considerati “piccoli”, cioè sotto i 15mila abitanti, dotati di collegamenti pubblici con centri più grandi e dove i rifugiati erano collocati in abitazioni dentro al tessuto urbano; frazioni o comuni molto piccoli, privi di trasporti pubblici o lontani da centri più grandi.
Analizzando i dati del monitoraggio inerenti i rifugiati che hanno portato a termine il programma o lo hanno interrotto in modo concordato con la caritas diocesana, si è evidenziata una correlazione nella maggioranza dei casi con location poste in città di medie dimensioni o in paesi piccoli ma collegati a centri urbani più grandi. La maggior parte delle 37 persone divenute autonome all’inizio del 2022 e di chi è uscito dal programma in modo concordato, infatti, era stato accolto nel secondo e nel terzo gruppo di location.
Focalizzando lo studio su questa correlazione è emerso come i rifugiati considerassero una città di provincia o un paese come il contesto più appropriato per poter sviluppare una propria rete sociale, indipendente da quella della Caritas e delle comunità accoglienti, e per poter trovare occasioni di lavoro raggiungibili anche con i mezzi pubblici. Queste location, rispetto alle grandi città o metropoli, sono state spesso descritte dai rifugiati come facilitanti la creazione di una rete di rapporti interpersonali a cui attingere per comprendere il funzionamento della società italiana oltre la realtà della Caritas, a partire dai vicini di casa e dai genitori dei compagni di classe dei figli, per inserirsi in realtà locali nel tempo libero o nello sport, per far conoscere le proprie competenze e abilità in prospettiva della ricerca del lavoro. La collocazione in grandi città, invece, è risultata preferita rispetto ad un aspetto particolare della vita di alcuni rifugiati, particolarmente attaccati alla loro appartenenza alla Chiesa copta etiope: la possibilità di frequentare parrocchie di quella Chiesa, presenti in Italia solo a Roma e Milano. Questo aspetto ha legato, però, la location all’appartenenza religiosa, un particolare personale e declinato da ogni rifugiato in modo diverso.
I rifugiati accolti in frazioni isolate o comuni molto piccoli, invece, hanno lamentato l’isolamento sia rispetto al tessuto urbano italiano, in particolare, l’assenza di vicini di casa, sia l’impossibilità di raggiungere comunità di connazionali, anche quando poste nella stessa regione. Inoltre, l’isolamento ha impedito loro di trovare sbocchi lavorativi e ha reso difficile frequentare la scuola per i bambini e i corsi di italiano per gli adulti. Tali difficoltà hanno facilitato anche l’insorgere di stati depressivi, soprattutto per le donne sole con figli.
Molto spesso i rifugiati che si sono trovati a dover vivere in questo contesto di isolamento hanno rivelato durante le interviste, già pochi mesi dopo il loro arrivo, che quando erano ancora in Etiopia erano state descritte destinazioni finali diverse, inserite in contesti urbani. Queste recriminazioni hanno provocato frizioni con le Caritas locali e, talvolta, anche l’intervento di Caritas italiana. In questo quadro è necessario sottolineare che quest’ultima ha strutturato in modo sempre più dettagliato proprio la fase pre-partenza, permettendo a rifugiati e comunità accoglienti di entrare in contatto prima della partenza dall’Etiopia, attraverso videochiamate e contatti social. In questo modo i beneficiari dei corridoi umanitari hanno potuto rendersi conto prima di partire dell’effettiva location in cui erano destinati a vivere, sia in termini di visita virtuale dell’abitazione sia per quanto riguarda la località geografica in cui sarebbero andati.
Questi dati fanno pensare quanto sia importante guardare al bisogno profondo di ogni singola persona, non solo per quanto riguarda trovare spazi abitativi o alloggi disponibili, ma in un contesto in cui possa star bene dal punto di vista umano, fatto di legami, storia, tradizioni. Accogliere è molto di più che offrire una casa.


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