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NELL’ATTESA

NELL’ATTESA

I beneficiari dei corridoi umanitari sono stati selezionati in campi profughi e in centri urbani etiopi, in una fase intermedia del loro percorso migratorio, dopo la fuga dal paese di origine. Molte di queste persone avevano vissuto a lungo in questa condizione di precarietà: alcuni hanno passato anche più di un decennio in campi profughi, sposandosi e avendo figli lì.
Altri beneficiari del programma, invece, avevano vissuto un breve lasso di tempo in Etiopia e, quando sono stati selezionati, erano da poco fuggiti dal paese di origine.
Questa diversità di vissuto ha inciso profondamente nella fase di inserimento in Italia e di integrazione nella nuova realtà di vita.
L’abitudine ad essere assistiti nei campi profughi ha rappresentato un primo grande ostacolo all’integrazione in Italia, perché è stato necessario spingere le persone ad abbandonare la logica assistenzialistica e non sempre ciò è stato accettato. Alcune comunità accoglienti hanno anche faticato a non cadere loro stesse in tale logica.
Chi invece aveva vissuto poco tempo assistito nei campi profughi ha in generale dimostrato una minore difficoltà a sviluppare un proprio percorso di vita, che però non sempre ha significato la costruzione di una nuova vita nella località in cui era stato accolto.
In molti casi, infatti, dal monitoraggio è emerso che i rifugiati avevano definito un proprio progetto migratorio prima della partenza dall’Etiopia, senza condividerlo con gli operatori di Caritas Italiana e con le comunità accoglienti. Una volta in Italia, perciò, questi rifugiati hanno dato seguito ai loro progetti che hanno avuto come mete finali altri paesi dell’Unione Europea. La comprensione e l’accettazione da parte delle comunità accoglienti dei reali progetti ed aspettative dei rifugiati si sono rivelate le sfide più ardue del programma.
Dal monitoraggio sono emersi due elementi che hanno inciso in modo significativo su questo punto.
In primo luogo, sono emerse le difficoltà dei rifugiati nel condividere con le comunità accoglienti i loro reali progetti di vita futura, i loro desideri e le loro aspettative rispetto all’accoglienza ricevuta e nell’ esplicitare le eventuali indicazioni e/o pressioni esercitate da altri parenti.
Da ciò è derivato il secondo elemento: le comunità accoglienti non abbastanza preparate all’accoglienza hanno accettato con difficoltà che il programma dei corridoi umanitari, sviluppato da loro anche con un grande dispendio di energie personali e economiche e con grande coinvolgimento umano verso i beneficiari, non corrispondesse a quello che questi ultimi avevano in mente per le loro vite.
Tali comunità hanno reagito con difficoltà e chiusure alla partenza improvvisa dei rifugiati. In un numero ridotto ma significativo di casi (4-5), dopo la fine delle accoglienze, le comunità hanno dichiarato di non partecipare più a progetti di accoglienza o di non voler più accogliere migranti con grandi vulnerabilità fisiche o psicologiche/psichiatriche.
Solo quando le caritas diocesane hanno sviluppato percorsi di supporto, di spiegazione dei percorsi migratori e delle motivazioni che spingono i rifugiati a partire all’improvviso, le comunità accoglienti hanno elaborato queste partenze riuscendo ad aprirsi a nuove accoglienze.

 

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