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HL22
VISIONI
LO SGUARDO DEGLI ALTRI

LO SGUARDO DEGLI ALTRI

Il clash culturale è un conflitto che si verifica tra culture quando sostengono posizioni opposte su una questione specifica. Per superarlo è necessario accettare e comprendere tutte le visioni e non pensare che la propria sia di per sé quella giusta per tutti.
Nelle relazioni con i migranti i clash culturali sono frequenti, soprattutto quando migranti e popolazione locale entrano in contatto senza mediazione linguistica, culturale e sociale. Tutto può essere causa di clash culturale anche l’alimentazione, l'educazione dei figli, lo stile di vita, le cure mediche.
Alcuni esempi sono significativi: dare per scontato che la famiglia rifugiata capisca subito come comportarsi in un condominio significa non tenere presente che nei campi profughi non esistono condomini. Una rifugiata spiegava: “La sera ci chiamano e ci dicono che i vicini ci vogliono denunciare perché i bambini fanno casino. I bambini sono chiusi a casa, cosa possono fare? Non posso dire che sono soddisfatta per l’aspettativa che avevo… loro [i vicini] chiamano Caritas e Caritas viene a parlare con noi. Mio figlio è piccolo, ogni volta io devo minacciarlo per farlo stare calmo, se cammina non va bene”.
Altrettanto foriera di clash culturali è stata la sfera delle cure mediche. In particolare, è stato complesso dover spiegare il funzionamento del sistema sanitario nazionale italiano a rifugiati che talvolta avevano l’aspettativa di trovare subito cure immediate per ogni malessere.
Anche il cibo ha scatenato scontri culturali. La relazione tra una famiglia tutor e la famiglia di beneficiari, che coabitavano, si è rotta quando la seconda ha manifestato il desiderio di cucinare i propri piatti eritrei. La famiglia italiana ha visto nel gesto una critica all’accoglienza offerta: “Prima preparavo io, facevo le cose buone [...] poi hanno cominciato loro che avevano le loro cose che si erano portati, una cosa l’ho messa in bocca, ma [...] soffocata completamente […] Loro se la sono presa male. Quindi c'è stata una sorta di diffidenza! Me ne sono accorta, prima erano contenti che io cucinavo, che gli facevo la pasta”. L’intervista con i beneficiari ha evidenziato che il clash sul cibo era stato il punto di una frattura culturale più profonda, determinata dalla difficoltà ad adattarsi alla nuova vita: "Noi viviamo con questa signora che è un po’ anziana [...] da quando siamo arrivati noi siamo dipendenti da lei, non abbiamo nessuna libertà di fare, di vivere come vogliamo a casa nostra, con il nostro bambino”.
Infine clash culturali sono emersi anche rispetto alla localizzazione geografica delle accoglienze: in alcuni casi erano state predisposte in piccoli centri abitati, lontani dalle città e con pochi mezzi pubblici.
Alcune di queste piccole comunità accoglienti hanno vissuto con fatica l’insofferenza che vedevano nei beneficiari, ritenendoli incapaci di apprezzare gli sforzi fatti per accoglierli e per garantirgli una rete sociale. Un direttore Caritas ha spiegato la difficoltà di una comunità di 600 abitanti, che aveva accolto due famiglie e che vedeva entrambe lamentarsi perché il paese non aveva molti collegamenti con centri abitati più grandi: “non riescono a vedere tutto quello che li circonda, tutto l'amore che c'è intorno a loro. Hanno avuto questo rifiuto del posto [...] non capiscono la bellezza del fatto che c'è una comunità intera lì per loro, che si spende per loro in primissima persona”.
In alcuni casi questi scontri hanno portato i beneficiari ad abbandonare il progetto subito; in altre realtà sono rimasti ma si è incrinato il rapporto di fiducia con le comunità accoglienti e sono andati via a fine progetto; in altre accoglienze i clash culturali sono stati affrontati positivamente.
Gli elementi che hanno permesso di affrontare e risolvere tali scontri sono legati soprattutto alla mediazione: la presenza stabile di un mediatore, che interviene non solo quando si presentano problemi e che, oltre a tradurre, deve essere in grado di spiegare a tutti il punto di vista dell’altro. A ciò si aggiunge la presenza di figure professionali competenti per problemi specifici, quali avvocati, medici, psicologi.

 

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