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LAVORO
LA VIA PER L'AUTONOMIA

LA VIA PER L'AUTONOMIA

I rifugiati sentono l'urgenza di assicurarsi un lavoro, che garantisca un reddito e un tenore di vita adeguato. Hynie (2018) rileva che molti rifugiati dopo il trasferimento rimangono fissi in una situazione di povertà relativa, che ha un impatto sulla loro salute mentale. I rifugiati tendono ad affrontare più sfide legate all'occupazione rispetto ai migranti volontari perché le opportunità di lavoro generalmente richiedono competenze che i rifugiati potrebbero non avere (Van Heelsum 2018).
Da un recente pubblicazione dell’ISPI (Fact checking: migrazioni 2021): “Secondo gli ultimi dati disponibili i “migranti economici” (le persone cittadine non-Ue che si sono spostate in maniera regolare in Ue alla ricerca di un lavoro) trovano un’occupazione entro i primi cinque anni dall’ingresso nel paese di destinazione l’80% dei casi. Al contrario, i rifugiati e le persone che si spostano per motivi di ricongiungimento familiare saranno occupate soltanto nel 30% dei casi entro i primi cinque anni dal loro ingresso nel paese. Se è normale attendersi che ciò accada per chi si ricongiunge con un altro membro della propria famiglia, che probabilmente già lavora nel paese di arrivo, per i rifugiati la situazione testimonia la loro difficoltà di integrazione nel mercato del lavoro del paese di destinazione. Malgrado il tasso di occupazione dei rifugiati migliori nel tempo, dopo oltre dieci anni dal primo ingresso nel paese esso rimane solo di poco superiore al 50%, e raggiungerà il livello dei “migranti economici” solo dopo due decenni di permanenza sul territorio nazionale.”
I Corridoi Umanitari gestiti da Caritas italiana hanno accolto 75 nuclei familiari, quasi tutti con figli minori.
La presenza dei bambini ha facilitato ovunque l’accoglienza e l’inizio del percorso di integrazione dell’intera famiglia, in primis perché i bambini e i ragazzi introducono la famiglia intera nella rete di relazioni sociali che nascono a scuola con i compagni di classe, le famiglie di questi ultimi e i docenti. Inoltre, la presenza di bambini e ragazzi facilità il coinvolgimento delle famiglie che frequentano l’ambiente parrocchiale in cui vivono le famiglie accolte e rende più facile anche l’avvicinamento di persone estranee alla cerchia dei volontari e delle famiglie tutor. Tuttavia, l’accoglienza di famiglie ha rivelato anche alcuni elementi di difficoltà più marcata rispetto ai single.
In primo luogo, l’autonomia economica e lavorativa di un nucleo familiare è risultata più complessa e di lungo periodo rispetto a quella raggiunta dai single: per mantenere una famiglia, infatti, è necessario uno stipendio più alto e la necessità per gli adulti di imparare a conciliare i tempi del lavoro con la cura dei figli, dovendo anche sottolineare che in quasi tutte le accoglienze di famiglie, i genitori non possedevano caratteristiche adatte al mercato del lavoro. In particolare, pochi di loro avevano una conoscenza sufficiente dell’italiano, tale da permettere un iniziale inserimento lavorativo tramite stage e borse lavoro: essendo stato necessario impiegare i primi mesi del progetto esclusivamente nello studio della lingua italiana, i tempi per l’inserimento lavorativo e per il consolidamento di una posizione di autonomia economica si sono ulteriormente ridotti. E’ poi necessario sottolineare che in alcune aree geografiche d’Italia la ricerca del lavoro è difficile di per sé, cui si aggiunge la mancanza di competenze specifiche da parte dei rifugiati.
Bisogna qui sottolineare le scelte compiute da alcune Caritas diocesane, che hanno deciso di finanziare le famiglie accolte per un numero di anni superiore ai dodici mesi del progetto iniziale- arrivando in due casi a finanziamenti quinquennali- proprio per permettere agli adulti di acquisire competenze lavorative specifiche e ai figli di completare gli studi.
Questo problema ha rappresentato un ostacolo ancor più grande nelle accoglienze delle 34 famiglie monoparentali, che nella quasi totalità dei casi erano costituite da madri sole. In questi casi, infatti, la sfida della gestione dei figli e del rispetto dei tempi di lavoro si è rivelata ancora più ardua e l’autonomia economica è risultata precaria non solo alla fine dei primi dodici mesi di progetto ma anche dopo ulteriori anni di accompagnamento.
Delle 37 persone totalmente autonome economicamente al gennaio 2022, la maggioranza erano single senza figli e uomini di nuclei familiari che avevano una conoscenza pregressa, dell’italiano o dell’inglese.
Inoltre, tranne un caso, tutte queste 37 persone, non avevano problemi di salute rilevanti ed è anche importante sottolineare che in tutte le loro accoglienze avevamo registrato un affiancamento costante delle Caritas diocesane nella ricerca di stage e occasioni di lavoro, anche a tempo determinato.
La maggior parte dei rifugiati ha riconosciuto di aver bisogno di trovare lavoro per riconquistare l'autonomia, anche se non sono mancati casi di persone e nuclei familiari in cui gli operatori hanno dovuto imporre limiti al sostegno economico perché i rifugiati dimostravano preoccupanti tendenze verso forme di assistenzialismo e rifiutavano qualsiasi impegno lavorativo proposto.
Tra i rifugiati che hanno dimostrato fin dai primi mesi di accoglienza la loro consapevolezza circa la necessità di raggiungere l’autonomia lavorativa, due testimonianze: "Per vedere il cambiamento principale devo trovare lavoro"
E: "[Ho bisogno] di un lavoro, perché per vivere ne ho bisogno, non possiamo semplicemente aspettare le cose che ci danno, vogliamo lavorare e vivere come si deve'.
Alcuni rifugiati, di solito i meno istruiti, avevano dimostrato anche la consapevolezza delle difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro italiano, dicendosi disposti ad accettare qualsiasi lavoro: “Non ho istruzione […] non aspiro a grandi cose […] non ho niente [diplomi]. […] ovunque mi metti, ho la forza, ho la volontà, ho la salute, puoi mettermi ovunque”. Trovare però delle effettive opportunità lavorative quando non si sa la lingua, si ha subito traumi o il contesto lavorativo è totalmente diverso si è rivelato arduo, anche prima dell’emergenza causata dal COVID- 19.
Molti rifugiati disoccupati hanno vissuto periodi di disperazione e ansia. Un volontario ha descritto un rifugiato che: “sente il vuoto di non lavorare; infatti ne parla sempre”. Un rifugiato ha aggiunto: “Se il contratto [con la Caritas] finisce e io non ho un lavoro […] Se non ho niente, come posso fare con i bambini? Ci penso sempre, perché non lavoro qui, non ho casa qui”. Un'altra rifugiata ha riflettuto sull'aspettativa comune che la Caritas offrisse una formazione sul lavoro e l'aiutasse a trovare un impiego: “Ci è stato detto che avremmo imparato l'italiano a scuola, lo stiamo facendo. Ma se ho capito bene, ci hanno detto che quest'anno [avrebbero] insegnato a noi un lavoro, ma non l'abbiamo ancora visto”.


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