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HL32
DURATA PROGETTO
LA VARIABILE TEMPO

LA VARIABILE TEMPO

Fin dal primo corridoio umanitario organizzato da Caritas italiana a novembre 2017 la durata prevista ufficiale dei progetti è stata stabilita in un anno ma Caritas italiana ha successivamente previsto un’ulteriore forma di sostegno economico per sei mesi per specifiche persone affette da problemi di salute o con fragilità personali o familiari, a fronte di un progetto personalizzato per il raggiungimento dell’autonomia.
Tuttavia nella grande maggioranza dei casi anche questo ulteriore prolungamento dell’assistenza economica non ha permesso alle persone accolte di raggiungere una effettiva autonomia lavorativa ed economica e, quindi, le Caritas diocesane si sono trovate di fronte alla scelta di dover mobilitare risorse proprie o di dover inserire i beneficiari nel sistema di accoglienza statale (SPRAR).
Ciò si è verificato in particolare per le famiglie in condizione di vulnerabilità o con figli piccoli e genitori che non riescono ad accedere al mercato del lavoro e per i nuclei monoparentali ma ha riguardato anche singoli affetti da problemi di salute.
Le interviste condotte pochi mesi dopo l’arrivo delle persone accolte ha permesso di verificare che la maggioranza delle diocesi aveva organizzato forme di finanziamento proprie per i beneficiari dei Corridoi Umanitari: talvolte le somme stanziate erano, però, di entità tale da coprire solo spese improvvise e non preventivate e a garantire un ulteriore periodo di supporto economico per pochi mesi dopo la fine del finanziamento garantito da Caritas Italiana.
Ciò ha creato problemi che hanno impattato fortemente sulla vita delle persone accolte sia durante i primi dodici mesi di progetto sia quando, terminato e conclusi anche gli ulteriori sei mesi, la pandemia da COVID-19 ha bloccato anche le vite dei rifugiati e ha interrotto spesso i contratti di lavoro e gli stage che essi avevano in corso oppure ha frenato datori di lavoro a concretizzare proposte di assunzione di cui la Caritas locale e i beneficiari erano già certi.
Altre volte, invece, la Caritas diocesana aveva stanziato e accantonato somme di denaro sufficienti a coprire una o più annualità, in due casi ben cinque. Tali realtà hanno garantito una maggiore tranquillità ai beneficiari e la possibilità per operatori e comunità accoglienti di pianificare percorsi scolastici e di apprendimento di competenze professionali di medio- lungo periodo. Una famiglia tutor intervistata soli tre mesi dopo l’arrivo dei beneficiari, ha spiegato:

“Noi abbiamo già tirato su un progetto […] nel senso che abbiamo chiesto ai volontari della parrocchia di impegnarsi per dieci euro al mese per un anno per avere dei soldi da mettere da parte proprio in funzione di quando la CEI smetterà di darci una mano”.
Il vescovo e il responsabile di un progetto di accoglienza hanno mostrato il punto di vista di chi ha preso la decisione di allocare risorse per un periodo di tempo lungo: “se non hai la disponibilità di alcuni anni, di 5 anni […] è una risposta, forse ancora emergenziale, da una parte [...] e dall'altra non c'è un coinvolgimento.”

In un caso, ad esempio, la Caritas diocesana ha finanziato gli studi universitari dei figli della famiglia accolta, che già parlavano inglese e avevano compiuto studi superiori in Etiopia. In altri casi, il supporto economico pluriennale a livello diocesano ha permesso ai rifugiati di conseguire la licenza media e, quindi, di poter accedere ai corsi professionali offerti dalle singole regioni, tra i quali ad esempio il corso per diventare operatore socio- assistenziale.
Problemi particolarmente significativi sono sorti in quelle poche realtà diocesane in cui non era stato programmato fin dall’inizio alcun un sostegno economico in aggiunta al finanziamento ricevuto da Caritas italiana e, tra queste, ancor più sentiti sono stati i problemi circa la durata del progetto quando ad essere accolti erano famiglie o singoli fragili. Infatti, per i rifugiati questa incertezza economica è stata fonte di forte preoccupazione circa la possibilità di essere nuovamente abbandonati, da cui è derivata la scelta di scelta di cercare occasioni di lavoro in modo autonomo o di porsi in contrasto con gli operatori e i volontari, minando gradualmente il rapporto iniziale di fiducia: in un caso, ad esempio, il rifugiato ha scelto di andare a lavorare presso un’azienda agricola del territorio perché vi lavorano dei connazionali ma, non avendolo comunicato alla Caritas locale, non era stato possibile verificare l’esistenza di un regolare contratto di lavoro e la sfiducia verso la Caritas locale ha portato anche alla decisione di rifiutare l’intervista con noi.
Ma anche i volontari e le famiglie tutor hanno vissuto queste situazioni con preoccupazione e incertezza: il volontario di una di queste accoglienze ha spiegato:

“di qui a sei mesi finisce il discorso corridoi, un anno se i corridoi continuano ancora a dare una mano per un po'. Lei [beneficiaria] ha due bambini, come è possibile che riesca a pagarsi un affitto e a gestire tutto quanto nel momento in cui da solo dovrà affrontarsi la vita? Questo secondo me è un problema molto grosso, lei è molto indietro con lingua italiana, e allora io adesso guardavo un pochettino se trovavo un lavoro estivo in un albergo da qualche parte, e però non ha fatto nessun corso di cucina o di pulizie o di altro, dove va a lavorare?”.

Una seconda intervista aveva messo in luce anche il costo della vita che in alcune zone d’Italia è più alto che altrove e la necessità conseguente di trovare un lavoro per la donna accolta che garantisse uno stipendio piuttosto elevato, essendo una madre single: “questa persona, nessuno pensa di abbandonarla, però è chiaro che se lei ha bisogno di guadagnarsi i €1500 al mese, €1200, quelli che siano, come li guadagna con due bambini che deve seguire? Se ha momenti in cui un bambino sta male, come è compatibile con un mondo del lavoro, che da noi è anche abbastanza aggressivo?”.
Altri due avevano posto l’attenzione proprio sul fatto che la durata annuale del progetto e l’assenza di ulteriori finanziamenti aggiuntivi erano due fragilità che impattavano sull’efficacia del progetto dei Corridoi Umanitari nel complesso:

“fra un anno se queste persone non hanno un lavoro cosa facciamo? Saranno di nuovo fuori come gli altri. È quello che a me preoccupa” e “la criticità di questo progetto è nel momento in cui scade, cioè ha una data [...] una scadenza. Ecco, mi chiedo, alla scadenza, diventa per me dire "e dopo?".
A loro ha fatto eco un direttore, che ha sottolineato la durata annuale del progetto come elemento di fragilità perché aveva notato che “un anno solo condiziona, il progetto funziona per un anno. Gli arrivi di febbraio, e faccio un esempio, del 27 febbraio, ancora stanno facendo le visite mediche [al 25 giugno] perché ci sono problemi gravi, che loro hanno nascosto chiaramente e che adesso si ripercuotono su tutta la famiglia”.

Analizzando congiuntamente i dati delle diocesi che avevano fatto tale scelta e quelli delle diocesi in cui i beneficiari sono andati via prima della fine del progetto o appena terminati i dodici mesi è apparsa evidente una sostanziale conformità tra i due gruppi. Sebbene siano partiti anche molti beneficiari che sapevano di poter contare ancora su sei mesi aggiuntivi di progetto o che erano stati avviati verso il mondo del lavoro con contratti di apprendistato o di stage o ancora a tempo determinato, quasi tutti i beneficiari di progetti in cui non vi erano forme di finanziamento aggiuntivi hanno lasciato le accoglienze. Chi non le ha lasciate di sua spontanea volontà (e senza condividere la scelta con la comunità accogliente) ha lasciato il progetto dei Corridoi Umanitari perché inserito direttamente dalle equipe diocesane nel sistema SPRAR.
In conclusione, rispetto alla durata effettiva del progetto e al relativo costo economico, affinché si possa realizzare l’obiettivo dell’integrazione sociale e dell'autonomia economica, occorre la lungimiranza delle Caritas locali nel mettere in preventivo un supporto che potrebbe durare anche per anni e nel comprendere che, per le accoglienze delle famiglie, queste potrebbero rimanere a carico parziale della Caritas finché i figli non diventano grandi e in grado di sostenere le loro famiglie, poiché i figli hanno possibilità molto più grandi di imparare rapidamente la lingua, di inserirsi nel tessuto sociale locale e di portare a termine percorsi di acquisizione di competenze e conoscenze spendibili nel mondo del lavoro. Ma occorre chiarezza nel progettare un tale articolato impegno di risorse umane e professionali ed economiche.

 

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