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HL24
RELIGIONE
INCROCIO DI FEDI

INCROCIO DI FEDI

In base allo statuto, Caritas italiana è nata come organismo pastorale della Chiesa cattolica volto a portare avanti iniziative di carità senza alcuna distinzione né discriminazione religiosa. Ciò vale in primis per le persone beneficiarie delle molteplici attività di Caritas italiana ma è applicato anche per gli operatori. Durante la fase di monitoraggio sul campo alcune domande poste agli operatori delle singole Caritas diocesane hanno permesso di verificare che, a fronte di una grande maggioranza di persone che si dichiaravano cattoliche, ve ne erano alcune appartenenti a altre Chiese, altre non cristiane, soprattutto musulmane, e alcune che si sono dichiarate non religiose.
Per quanto riguarda nello specifico i corridoi umanitari, questo programma ha sempre previsto la non discriminazione su base religiosa rispetto alla selezione dei rifugiati e le comunità diocesane hanno aderito al programma consapevoli che avrebbero accolto e accompagnato rifugiati anche di fedi diverse da quella cattolica. Ciò ha provocato in alcune persone l'approfondimento della propria fede, come descritto da una famiglia tutor: "per me personalmente questo periodo è un momento di crescita. Io non ho fatto mai volontariato, il lavoro che ho svolto professionalmente mi ha sempre assorbito al 100%, poi la mia famiglia. Quindi per me è tutta una novità. Dentro di me si sta avendo un’enorme crescita di spiritualità, di carità ecc. Ecco, andando sul pratico, quando io giravo per R. [nome di città], e vedevo persone venute da fuori, [...] per carità, grande rispetto per loro, però una certa indifferenza: “pensa a integrarti, poi dopo avrai la tua vita”. Da quando frequento la caritas, sto crescendo tantissimo dal punto di vista spirituale".
Essendo un progetto aperto a persone di tutte le fedi, durante la fase di selezione dei rifugiati e la fase pre-partenza in Etiopia ai beneficiari sono state spiegate anche tali peculiarità del progetto: l'identità cattolica della Caritas come istituzione e l'appartenenza religiosa maggioritariamente cattolica degli operatori sociali, dei volontari e delle famiglie tutor che li avrebbero accolti e accompagnati. Allo stesso modo, le comunità accoglienti sono state preparate ad accogliere persone di diverse fedi e tradizioni: nelle informazioni inviate nelle singole comunità diocesane prima dell’arrivo dei beneficiari è sempre stata specificata la fede praticata da questi ultimi.
Prendendo in esame i 121 beneficiari adulti intervistati (considerando che i minori seguono la religione dei genitori o dell’adulto con cui sono emigrati in Italia), 121 rifugiati maggiorenni (singoli o coppie). Tra questi ultimi, 20 erano musulmani, circa 80 cristiani ortodossi; il gruppo rimanente era composto da cattolici, da protestanti e da 5 persone che si sono identificate come cristiane senza fornire ulteriori affiliazioni religiose.
Ci sono state anche due famiglie in cui i coniugi avevano fedi diverse: in un caso erano entrambi cristiani, uno protestante e uno cattolico; nell’altro caso, invece, un coniuge era musulmano e l’altro protestante e la differenza religiosa è stata resa esplicita solo alla fine del progetto di accoglienza, come conseguenza della scelta di uno dei due coniugi di chiedere l’aiuto della Caritas per introdurre una causa di separazione.
Laddove le comunità accoglienti e i beneficiari hanno dovuto affrontare la differenza religiosa le esperienze sono state nella maggior parte dei casi positive, cioè tale diversità non ha rappresentato un ostacolo inficiante il processo di integrazione. Sono indubbiamente sorte delle sfide, gestite in modo più o meno efficace dagli attori coinvolti; tuttavia, la possibilità di affrontare tali sfide, però, non è stata solo conseguenza delle capacità dei singoli. Infatti, è necessario analizzare nello specifico e a livello locale la presenza di luoghi di culto diversi da quelli cattolici e di comunità di correligionari: rispetto al pluralismo religioso, il panorama italiano è composito: se nelle grandi e medie città ormai si trovano luoghi di culto islamico e comunità di fedeli, ciò risulta più difficile nei piccoli paesi, in zone di montagna e in quelle aree prevalentemente rurali, che distano decine di chilometri dai centri urbani più grandi.
Nelle realtà locali in cui i rifugiati musulmani non hanno potuto frequentare i loro luoghi di culto e le loro comunità sono sorti dei positivi percorsi di dialogo e confronto con le comunità accoglienti: in un caso, in particolare, una famiglia musulmana è stata accolta in un appartamento messo a disposizione da un convento di suore e tale prossimità ha favorito la conoscenza e la frequentazione quotidiana tra queste persone. Da ciò sono nati momenti di confronto sulla fede e di approfondimento reciproco su aspetti particolari delle festività, come ad esempio il Ramadan e la Quaresima, a cui hanno partecipato volontari e famiglie tutor: “Il fatto che siano musulmani è bello. Loro ora stanno facendo il Ramadan e per me è edificante il fatto di vederli vivere con tanta serietà”.
Questo caso si colloca nella stessa dimensione di quello della famiglia di beneficiari musulmani che ha chiesto ai volontari di poter invitare alcuni loro amici, cattolici e giunti in Italia sempre come beneficiari dei corridoi umanitari ma accolti in una diocesi situata in un’altra regione, per festeggiare insieme la festa dell’Assunzione della Madonna il 15 agosto, come riassunto da un membro di una famiglia tutor, che si era sentito squillare il telefono la sera a tarda ora perché: “l’altro giorno Y. [rifugiato] mi ha telefonato alle dieci di sera [ride] “adesso che è successo?”. Voleva sapere che tipo di carne doveva comprare perché a quello di Assisi gli piace il maiale! Lui non mangia il maiale e io gli ho detto “ma vuoi le salsicce, le costarelle”.
Ancor più articolata è stata l’analisi dei casi in cui le persone accolte erano cristiane ortodosse: la Chiesa di appartenenza era quella copta- etiope, le cui chiese sono presenti in Italia solo nelle grandi città. Inoltre, le comunità diasporiche eritree sono divise politicamente al proprio interno tra sostenitori ed oppositori del dittatore al potere e ciò ha condizionato a non frequentare tali Chiese e tali comunità alcune delle persone accolte nelle grandi città o in zone limitrofe. Per questo motivo, molti rifugiati ortodossi hanno spiegato di non aver problemi a frequentare la Messa cattolica e la parrocchia locale, condividendo le festività cattoliche e entrando a far parte della comunità parrocchiale. Questo ha indicato quanto il bisogno religioso fosse ritenuto più importante delle differenze tra le Chiese. Un rifugiato ortodosso ha spiegato: “Non posso andare alla chiesa ortodossa [...] la domenica andiamo alla chiesa cattolica e ringraziamo. Tra cattolici e ortodossi ci sono differenze. Ma il Signore e’ unico. Vedo tutte le sue grazie, vivo nelle sue mani. Affido il mio futuro al Signore.”
E’ un’esperienza molto simile rispetto a quella di un rifugiato protestante: “la religione protestante è la religione della nostra famiglia ed è la religione con cui siamo cresciuti. Però adesso noi siamo qua e, se Caritas ci ha portato qua, ed in questa zona si trova questa chiesa cattolica, Dio c'è dappertutto... quindi non facciamo problemi, possiamo andare in questa chiesa”.
Ciò che queste persone hanno mantenuto è stata la celebrazione delle festività ortodosse, soprattutto la Pasqua, in primis come elemento religioso ma con una forte connotazione anche di preservazione della propria identità culturale. In questi casi, il monitoraggio ha fatto emergere la condivisione da parte delle comunità accoglienti di tali momenti di festa, così come abbiamo potuto verificare che in alcuni casi i rifugiati ortodossi e protestanti abbiano fatto battezzare da sacerdoti cattolici i loro figli nati in Italia, come descritto da una famiglia tutor della Campania: “sono tutti e 4 ortodossi e hanno festeggiato la Pasqua la settimana dopo la nostra. Noi siamo andati a pranzo a casa loro e abbiamo preparato un piatto”.
Talvolta, grazie all’interessamento del Vescovo locale, con l’arrivo di rifugiati cristiani non cattolici gli operatori hanno potuto organizzare Messe di rito ortodosso copto etiope, ottenendo la presenza di un sacerdote di quella Chiesa, come spiegato da un’operatrice di una Caritas: “i due cristiani copti si sono organizzati per andare alla Messa, perché abbiamo una Chiesa, che il vescovo ha dato in prestito al sacerdote ortodosso che fa la messa lì una volta ogni due settimane”.
Altri rifugiati, invece, vivevano con difficoltà la mancanza della propria comunità e di un luogo di culto. Questo rappresentava un problema per la propria pratica religiosa tanto che avevano chiesto a volontari e operatori di poter essere accompagnati presso comunità vicine o di poter cercare loro stessi contatti nelle vicinanze. Una rifugiata ha spiegato in questi termini la difficoltà: “in realtà questo della religione per me è un po’ difficile da accettare, perché qui [...] non ho una chiesa ortodossa dove andare e questo mi crea un po’ di disagio. Perché per me, quando ero giù era importante andare. Siccome davanti a Dio non basta quello che hai fatto in passato, devi continuare a farlo nel presente, adesso mi arrangio un po’ a casa; prego e basta; questo forse è l’unico problema che ho trovato qui”.
Nelle accoglienze di rifugiati cattolici, invece, la condivisione della fede ha rappresentato un aiuto nell’iniziare il percorso di accompagnamento verso l’integrazione perché ha facilitato l’accettazione delle persone accolte all’interno della comunità religiosa da parte dei fedeli locali estranei al programma dei corridoi umanitari, come descritto da un’operatrice: “La religione entra molto nell’integrazione, per i corridoi umanitari la famiglia tutor è molto cattolica e anche i migranti hanno forte la dimensione religiosa, la fede li motiva nell’agire quotidiano. L’essere cristiani cattolici poi facilita la loro integrazione perché partecipano alla Messa. La prima cosa che hanno fatto [i rifugiati] nel campo è costruire la chiesa”.

 

 

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