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HL14
CONTAMINAZIONE
EFFETTO DOMINO

EFFETTO DOMINO

La migrazione attraverso i corridoi umanitari è legale, sicura e mette in gioco il nome e l’autorevolezza della Caritas come organismo pastorale della Chiesa cattolica italiana, presente in ogni parrocchia di ogni comune del paese.
Da questi elementi si è sviluppato un effetto di contaminazione verso la realtà esterna rispetto alla più stretta comunità accogliente, che il monitoraggio ha permesso di seguire in molte diocesi.
In alcune è stato limitato ai soli familiari e amici degli operatori e dei volontari/ famiglie tutor, in altre ha invece toccato anche le autorità politiche locali, gli insegnanti e i genitori dei minori iscritti nelle scuole del territorio e, in una decina di casi è arrivato fino a imprenditori che hanno dato occasioni di lavoro ai rifugiati.
Al di là dell’esito finale del progetto, che ha visto solo una parte di queste accoglienze concludersi con la permanenza dei rifugiati e con il raggiungimento della loro integrazione economica e sociale, questo effetto spillover ha rappresentato un innegabile successo del progetto dei corridoi umanitari.
L’arrivo di beneficiari dei corridoi umanitari ha permesso, in primis, di dare un volto e un nome al dibattito astratto e politico sull’immigrazione, rendendo quindi possibile un dialogo concreto anche con le autorità politiche locali. Un sindaco ha chiarito: “volevo vedere com’era questa famiglia, volevo vedere com’era la possibilità di ospitare queste persone in un’ottica organizzata e positiva. Siccome io so che, proprio perché lavoriamo insieme alla Caritas e soprattutto particolarmente con la parrocchia, il lavoro è un lavoro organizzato e positivo, mi aspettavo che ci fosse sia un’accoglienza, sia anche un iter positivo e così mi sembra che sia… Prima abbiamo ospitato attraverso la collaborazione con la questura quattro profughi, perché poi hanno girato, fuggivano, venivano, facevano un casino bestiale e poi ricevano anche delle visite di un certo tipo. Noi avevamo messo a disposizione un appartamento del comune e c’è una cooperativa qui con la quale lavoravamo che si occupava di loro e l’esperienza non è stata positiva. Ma non è stata positiva perché non s’è costruito nulla”. In ogni caso, poiché i rifugiati arrivavano in modo legale e sicuro e attraverso la garanzia della Caritas locale, formata da operatori e volontari ben noti nei territori, chi era al di fuori della comunità accogliente ha potuto incontrare i rifugiati e conoscere le loro storie e avere informazioni sul funzionamento dei corridoi umanitari. Ad esempio, in una diocesi la vicina di casa di una famiglia di rifugiati aveva partecipato alle interviste in loco, presentandosi con queste parole: “la cosa bella, oltre ad avere incontrato questa famiglia [rifugiati], perché comunque io ho questo nel cuore, però la cosa più bella è che ho incontrato loro [volontari]. Proprio con lei mi trovo benissimo, anche con lui [indica due rifugiati]. Però a lei la vedo proprio come un’amica. Ma proprio lo dico col cuore, cioè questa è stata anche una cosa bella”. Il direttore di una Caritas dichiarava: “i corridoi umanitari sono un modello prezioso che favorisce l’inclusione, l’integrazione all’interno di dimensioni contenute che possiamo definire familiari, generando relazioni d’accoglienza”. Pochi mesi dopo, uno dei rifugiati accolti avrebbe ottenuto un tirocinio in una azienda locale, il cui proprietario, amico di un volontario del progetto, aveva accettato di fare un colloquio di lavoro. Verificato che la Caritas era riuscita a far ottenere un livello di italiano sufficiente e che il ragazzo aveva delle competenze acquisite in precedenti lavori in Etiopia, ne era derivata una proposta di lavoro.
Le opportunità di lavoro sono state una delle conseguenze più concrete della contaminazione dei territori perché offrire lavoro ai rifugiati significa investire non solo in un generale rapporto di amicizia ma anche- e soprattutto- in un progetto aziendale, che impegna risorse economiche ingenti.


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