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15 dicembre 2021

Due amici

Giuseppe e Maher hanno due volti gioviali, diversi ma con una luce comune. Uno cristiano, l'altro musulmano. A vederli oggi seduti uno accanto all'altro mentre raccontano, te li immagini 30 anni fa, Maher ancora scapolo, innamorati l'uno del Paese dell'altro, Italia e Siria. “Lui è venuto al mio matrimonio, ha conosciuto mia moglie ancora prima che la sposassi, gli ho anche chiesto il suo parere!”, ride Maher mentre Giuseppe gli fa eco, “gli ho detto, tu sei brutto mentre lei è giovane e bella, cosa stai aspettando?”, e ancora risate.

Lavoravano assieme, import-export di calze e macchine di produzione tra Siria e Italia, erano gli anni '90: “L'amicizia vera è arrivata con i problemi – racconta Giuseppe – ce n'erano sempre nella produzione”; interviene Maher, “noi due eravamo il tramite tra l'importatore italiano e il produttore siriano, stavamo in mezzo e il nostro lavoro era risolvere problemi, così siamo diventati sempre più amici”. Maher veniva ospitato a casa di Giuseppe nelle sue visite in Italia, come Giuseppe lo era nei sui viaggi a Damasco. “E lui amava così tanto il mio Paese, mi diceva, quando diventerò vecchio dirò ai miei figli che me ne vado e mi prendo un biglietto di sola andata!”; c'è fierezza nelle parole di Maher che Giuseppe conferma, “si si, mi piace tutto, i luoghi, il cibo, e poi la gente... c'era così tanta tolleranza, io sono cattolico, anzi fondamentalista cattolico – e ride – e mai mai mai ho avuto il minimo problema”. C'è ancora tanta Siria nella casa di Giuseppe immersa nella campagna bresciana: tavolini, quadri, raffinati mosaici. “Poi tutto è finito, lui era molto preoccupato, la sua casa bombardata....è stato distrutto tutto”.

 

 


La vita si interrompe, Maher racconta i primi tempi e la fuga dal Paese: “All'inizio Damasco era tranquilla, poi i problemi sono arrivati anche lì, proprio nel quartiere della periferia dove vivevo, allora mi sono spostato in centro città dove stava la mia famiglia. Quando anche il centro è stato coinvolto, ho chiamato Giuseppe e gli ho detto che dovevo scappare, ho caricato i miei figli in macchina e sono partito verso il confine con la Giordania. Era complicato anche passare il confine, ho dovuto pagare sottobanco. E' stata dura, anche in Giordania, soprattutto all'inizio, Mohamed aveva solo due anni, Aya dieci..”.

I due amici non smettono di sentirsi, Maher riesce anche a raggiungere l'Italia e ad avere un visto, ma avrebbe dovuto lasciare la sua famiglia e poi chiedere il ricongiungimento che avrebbe richiesto due anni. “Come potevo lasciare mia moglie e i miei figli là? Ad Amman era troppo difficile”.
Maher ha venduto tutto, è un imprenditore e ci prova anche in Giordania dove però non gli è permesso creare un'azienda col proprio nome e deve per legge appoggiarsi a un titolare giordano, che finirà per incassare gli introiti e determinare la perdita del capitale di Maher. Sono passati ormai 10 anni da quando ha lasciato Damasco, gli ultimi due vissuti senza più nulla.

 

 

 

“Per fortuna proprio allora è arrivato il Corridoio Umanitario della Caritas, che mi ha permesso di portare in Italia tutta la mia famiglia”. E lo deve proprio a Giuseppe, che chiama il parroco di Brescia e per il suo tramite arriva alla Caritas che in quel momento sta pianificando il nuovo Corridoio proprio dalla Giordania. “Ho fatto solo una telefonata – si schernisce Giuseppe – e ciò che mi ha spinto è stata una chiamata in particolare, in cui Maher mi raccontò che Aya adorava andare a scuola. Ma com'è possibile – continua ridendo – io ho sempre odiato andare a scuola, che le succede? In realtà era la sua unica occasione di uscire, per il resto Aya non si muoveva da casa perché aveva paura” - l'ostracismo verso i rifugiati siriani in Giordania era molto forte - “Quella telefonata è ciò che mi ha mosso quel giorno”.

Ora Maher vive con la sua famiglia a 500 metri da casa di Giuseppe, e stanno pensando di mettere su una start-up, come una volta. Chiediamo a Maher se ci crede ancora al ritorno, un giorno, in una Siria rappacificata: “E' troppo complicata la situazione, ci vorrà tanto tempo, chissà magari un giorno torneremo giù assieme” - “Ma va là, sono troppo vecchio!”, esclama Giuseppe, e scoppiano a ridere guardandosi, i due amici. Come una volta.

 

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