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DISPARITA'
DIFFERENZE E DIFFIDENZE

DIFFERENZE E DIFFIDENZE

Il progetto di Caritas Italiana è uno e vincolato dall’accordo firmato con i Ministeri degli Esteri e degli Interni italiani ma le Caritas locali, come previsto anche dallo stesso statuto di Caritas italiana, sono autonome nell’implementazione del progetto dei Corridoi Umanitari così come di tutti gli progetti. Infatti, l’organizzazione dei rapporti tra Caritas italiana e le Caritas diocesane è basato sull’autonomia del livello locale nelle scelte di struttura, organizzazione e gestione locale di tutti i progetti, ivi compreso quello dei Corridoi Umanitari, pur dovendo tutte tendere alla realizzazione dello scopo finale del progetto, cioè l’integrazione dei rifugiati accolti.
Tale livello di autonomia locale non è stato facile da spiegare ai beneficiari, soprattutto in due tematiche principali: l’iter burocratico per l’ottenimento dei documenti relativi allo status di rifugiato e la gestione del cosiddetto pocket money.
Il primo tema, inoltre, ha introdotto anche la variabile della totale autonomia di gestione delle pratiche burocratiche da parte delle Questure, che a loro volta lavorano con tempi anche molto diversi.
Il secondo, invece, è legato esclusivamente alle scelte di gestione finanziaria del progetto dei Corridoi Umanitari da parte delle singole realtà diocesane e rientra nella più generale scelta di gestione da parte delle comunità accoglienti del percorso di accompagnamento verso l’autonomia personale dei rifugiati
Tali livelli di gestione di queste autonomie locali hanno rappresentato una sfida ampia e articolata nei rapporti con i beneficiari perché è stato complesso spiegare loro non solo l'articolazione autonoma dei rapporti tra Caritas italiana e le Caritas diocesane ma anche l’impossibilità di garantire un'uniforme gestione sul territorio nazionale dell’iter burocratico per l’ottenimento dei documenti relativi allo status di rifugiato da parte delle Questure. A ciò si è aggiunto il fatto che i rifugiati, una volta giunti in Italia, hanno ben presto attivato contatti con le comunità di connazionali che, se non erano emigrati in Italia decenni fa, erano persone giunte attraverso canali illegali di ingresso e, quindi, inseriti in un iter burocratico diverso da quello dei Corridoi Umanitari sia per la gestione dell’accoglienza sia per la gestione dell’iter burocratico per la richiesta dello status di rifugiato.
Le differenze di trattamento riscontrate dai beneficiari dei Corridoi, se non debitamente spiegate, hanno provocato scontri con le comunità accoglienti e con gli operatori e la perdita di fiducia, che ha poi portato anche all'abbandono dei progetti di accoglienza.
Per quanto riguarda la prima problematica, quella relativa ai documenti, un esempio calzante della traduzione pratica di quanto spiegato è stato il caso di una famiglia rifugiata in una regione del centro Italia, lontana anche dalle grandi città in cui gli uffici immigrazione delle Questure sono notoriamente ingolfate di domande e, quindi, rischiano di lavorare con tempistiche molto più lunghe rispetto ad altre città. E, invece, proprio in quella realtà “di provincia”, a causa del cambiamento momentaneo del responsabile delle pratiche per lo status di protezione internazionale dei beneficiari dei corridoi umanitari, la pratica era stata persa e il responsabile, rientrato dalle ferie, era stato costretto a far ripartire da capo l’iter. In tale frangente, spiegare questo problema alla famiglia beneficiaria era risultato molto difficile perché se gli operatori, da un lato, non avevano fornito tutte le spiegazioni sul funzionamento macchinoso della burocrazia italiana, i beneficiari, dall’altro, avevano creduto alle informazioni dei loro connazionali giunti con altri percorsi migratori e che avevano ottenuto i documenti senza intoppi.
Alla descrizione del punto di vista dei beneficiari:
“hanno sbagliato loro. Quindi lo devono risolvere per tempo loro, non è possibile che per tutto questo tempo non hanno risolto il problema, noi ci stiamo… questa è burocrazia e la burocrazia c’è ovunque, la conosciamo. E questo è. Però a noi, prima di venire qua, fino a che non siamo arrivati in aereo, ci hanno detto che entro tre mesi, dai 3 ai 5 mesi, avremmo risolto almeno i documenti. Quindi pensa… noi siamo arrivati con delle aspettative qui, che non si sono realizzate. noi facciamo la nostra parte, ci impegniamo, poi però dall’altra parte troviamo queste difficoltà [...] telefono, documenti, scuola, sono cose semplici, come mai chi è arrivato con noi ha già risolto e noi siamo ancora senza tutto? non è lo stesso progetto?”
ha fatto eco la posizione della famiglia tutor che, di fronte a questo problema burocratico, aveva analizzato la situazione con queste parole:
“ho verificato e anche col gruppo di lavoro di S. [località in cui la famiglia era stata accolta] con cui vediamo questi problemi, abbiamo notato che effettivamente ci sono delle grosse difficoltà delle istituzioni italiane soltanto per fatti burocratici. T. [rifugiato], che è una persona colta, si innervosisce di fronte a queste difficoltà, che noi troviamo in Italia. Difficoltà a cui noi italiani magari siamo oramai abituati.. e invece una persona che viene da un paese come l’Eritrea si innervosisce di fronte a queste difficoltà che ci sono. E questo è un problema”.

Per quanto riguarda la gestione finanziaria delle accoglienze da parte delle Caritas locali, l’autonomia orizzontale nei rapporti tra realtà diocesane e Caritas italiana ha riguardato il pocket money in modo più marcato perché Caritas italiana aveva lasciato piena autonomia a livello locale nella scelta se dare o meno una somma direttamente nelle mani dei rifugiati per le spese quotidiane e anche sul suo ammontare.
Tale decisione era finalizzata a rendere ogni diocesi il più possibile libera di assumere tale decisione in base alle proprie risorse economiche e alla propria organizzazione dell’accoglienza ma spiegare questo punto ai rifugiati ha rappresentato una sfida molto impegnativa perché questi ultimi avevano una rete interpersonale che ha oltrepassato ben presto la distanza geografica e si è trasformata in alcuni casi in vero e proprio confronto economico, diretto e immediato, sulla somma di denaro che in città diverse amici e parenti avevano a disposizione.
Il raffronto tra le parole di un operatore e del beneficiario di una Caritas permettono di comprendere la difficile comunicazione tra le parti su questo tema. Il primo ci aveva spiegato:
“Bisogna anche un attimino mettere insieme, perché 500 euro al mese, non sono pochi; 100 euro a testa, invece, rischiamo di essere poco sufficienti. Poi abbiamo aumentato a 130: quindi loro hanno 130 euro al mese […] poi il kit igiene, quindi saponi e cosa varie per l'igiene personale, gli viene fornito dal progetto; i detersivi per pulire la casa gli vengono forniti dal progetto [...] i vestiti e quelle cose lì ovviamente. Se c'è qualcosa che serve per la casa, medicine [...] o qualcosa in più che chiedono, si valutano. Non c'è una regola sempre super fissa, che dici: "Ok, questo ti do, questo non ti do..." Se c'è una richiesta, magari si valuta insieme. "Non ti do un pocket money più i soldi per il cibo, però cerco di responsabilizzarti e capire con te quali... le cose veramente utili e le cose…"
Mentre il rifugiato aveva espresso il suo punto di vista: “per quanto riguarda il budget mensile, non era sufficiente, comunque adesso abbiamo parlato ieri, si sono chiarite alcune cose quindi sono disposti a aumentare”.
L’esperienza vissuta da un volontario permette di comprendere, invece, la centralità del problema del passaggio di informazioni sul pocket money tra i beneficiari accolti in diocesi diverse e il legame tra la gestione finanziaria del progetto e il percorso di autonomia personale dei rifugiati. Infatti, quelle Caritas che avevano inizialmente deciso di non fornire pocket money si sono trovate a dover affrontare non solo le conseguenze del confronto con le Caritas che invece fornivano queste somme ma anche a dover prendere atto che la mancanza di autonomia economica causava tensioni familiari e l’impossibilità di sviluppare relazioni sociale autonome.
Un volontario ha raccontato:
“Inizialmente la mamma ci diceva di questo disagio di non avere del denaro, perché quando noi le consigliavamo di uscire a fare delle passeggiate e di non stare sempre in casa lei si giustificava dicendo “ma io non ho soldi e A. [la figlia] mi dice voglio questo e voglio questo” e lei non sapeva come rispondere e non avendo del denaro diceva “io rimango a casa così non dico alla bambina che non ho soldi per comprarle le cose”. Adesso a noi lei ci ha chiesto il pocket money, perché lei sapeva che altre persone ricevevano il pocket money. Quindi aveva queste informazioni da non sappiamo chi"

 

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