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HL33
DISPARITA'
DIFFERENZE E DIFFIDENZE

DIFFERENZE E DIFFIDENZE

Le Caritas locali sono state autonome rispetto all’iter burocratico per l’ottenimento dello status di rifugiato e alla gestione del pocket money.
Il primo aspetto è legato all’autonomia di gestione delle pratiche da parte delle Questure, che lavorano con tempi diversi l’una dall’altra, il secondo, invece, alle scelte diocesane di gestione del progetto.
Sono state due sfide impegnative nei rapporti con i beneficiari perché è stato difficile spiegare l'autonomia tra Caritas italiana e Caritas diocesane e tra Questure e, inoltre, i rifugiati hanno attivato contatti con connazionali che, però, non erano beneficiari dei corridoi umanitari.
Per quanto riguarda gli iter burocratici, un esempio della complessità e delle ricadute nel percorso di integrazione è quello di una famiglia la cui pratica era stata persa dalla Questura. I beneficiari non avevano capito il problema perché avevano ritenuto attendibili solo le informazioni dei loro connazionali, che avevano ottenuto i documenti senza intoppi, e gli operatori non avevano spiegato il funzionamento macchinoso della burocrazia italiana. Il padre della famiglia aveva detto: “hanno sbagliato loro. Quindi lo devono risolvere per tempo loro, non è possibile che per tutto questo tempo non hanno risolto il problema […] questa è burocrazia e la burocrazia c’è ovunque. Però a noi, prima di venire qua, ci hanno detto che entro tre mesi, dai 3 ai 5 mesi, avremmo risolto i documenti [...] Noi siamo arrivati con delle aspettative qui, che non si sono realizzate”. La famiglia tutor aveva spiegato: “ho verificato col gruppo di S. [località che aveva accolto la famiglia], abbiamo notato che ci sono delle grosse difficoltà delle istituzioni italiane soltanto per fatti burocratici. T. [rifugiato] si innervosisce di fronte a queste difficoltà, a cui noi italiani siamo abituati [...]. Questo è un problema”.
Per quanto riguarda la gestione finanziaria delle accoglienze, il protocollo istitutivo dei corridoi umanitari aveva lasciato piena autonomia a livello locale nella scelta se dare o meno una somma, il pocket money, nelle mani dei rifugiati per le spese quotidiane. Tuttavia, i rifugiati da subito hanno fatto paragoni tra Caritas diverse circa cifre e modalità di erogazione del pocket money.
Il raffronto tra la posizione di un operatore e del beneficiario accolto permette di comprendere quanto è stata difficile la comunicazione sul tema. Il primo aveva spiegato: “100 euro a testa rischiamo di essere poco sufficienti. Abbiamo aumentato a 130: quindi loro hanno 130 euro al mese […] poi il kit igiene per l'igiene personale gli viene fornito dal progetto ei detersivi per pulire la casa [...] i vestiti e quelle cose lì. Se c'è qualcosa che serve per le medicine [...] o qualcosa in più che chiedono, si valutano. Se c'è una richiesta, si valuta insieme. Cerco di responsabilizzarti e capire con te quali [sono] le cose veramente utili”.
Mentre il rifugiato aveva ribadito: “per quanto riguarda il budget mensile, non era sufficiente, comunque abbiamo parlato ieri, si sono chiarite alcune cose quindi sono disposti a aumentare”.
In conseguenza del passaggio di informazioni tra beneficiari in diocesi diverse anche le Caritas che avevano deciso di non fornire pocket money hanno dovuto farlo. Un operatore ha raccontato: “La mamma ci diceva di questo disagio di non avere del denaro, perché quando noi le consigliavamo di uscire si giustificava dicendo ‘non ho soldi e A. [la figlia] mi dice voglio questo e voglio questo’ e lei non avendo denaro diceva ‘rimango a casa così non dico alla bambina che non ho soldi’ [...]. Ci ha chiesto il pocket money, perché sapeva che altre persone [lo] ricevevano. Quindi aveva queste informazioni. non sappiamo da chi. Abbiamo concordato [...] 100 euro a settimana per le spese alimentari e quello che può servire nella casa, escluse visite mediche. Abbiamo chiesto poi alla mamma che ogni volta che andava a fare la spesa portasse le ricevute. Ne abbiamo avute pochissime”.


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